Faceapp non rispetta il GDPR

L’app che invecchia il viso è prodotta da una società russa, con server negli USA, non chiede il consenso al trattamento e non fornisce garanzie su come verranno usati i dati raccolti.

Le nuove funzioni di Faceapp, una nota applicazione per modificare i tratti del viso, rilasciate con Faceapp Challenge, consentono di caricare una foto, utilizzare il filtro “nonno” e vedere il risultato dell’invecchiamento. La curiosità di vedere come saremo da vecchi è indubbiamente affascinante ma potrebbe costare caro a chi, per gioco, utilizza l’immagine di un amico, un conoscente o addirittura di un minore.

Le foto caricate passano dai server di un’azienda russa, la Wireless Lab 000, con sede a San Pietroburgo, per poi essere conservate negli Stati Uniti. I dati degli utenti europei che utilizzano l’app non fanno un percorso conforme a quanto previsto dal Regolamento UE 2016/679. Sono violati molti diritti, a cominciare dalla trasparenza (art. 12). Non solo, all’atto dell’installazione non viene richiesto il consenso (art. 4 – libero, esplicito, specifico ed informato) ma è presentata una privacy policy inquietante. Infatti, nell’ l’informativa si cita che le persone danno “una licenza perpetua, irrevocabile, non esclusiva, royalty-free, globale, interamente pagata, trasferibile e sub-licenziabile” per utilizzare o pubblicare il contenuto che caricano, e FaceApp può tenere traccia della loro posizione, dei siti web che visitano, quando aprono l’applicazione e di altri metadati”. Inoltre, non sono esplicitate, le finalità del trattamento, la tipologia dei dati trattati, i tempi di conservazione e l’eventuale cessione a terzi.

Questo, tour di dati, dalla Russia agli USA viola l’art. 3 (ambito di applicazione territoriale) che prevede l’applicazione del GDPR anche a quei trattamenti effettuati da un titolare non stabilito nella UE, che però riguardi l’offerta di beni e servizi agli interessati che si trovano in Europa o che ne monitori il comportamento.

Dovrebbe preoccupare che i dati biometrici (foto) sono condivisi con “fornitori del servizio” quindi altre aziende russe o di terze parti per “sviluppare nuovi prodotti e funzioni”, “monitorare metriche” e “fornire contenuti personalizzati” senza che sia dichiarato in modo esplicito, chi sono, cosa fanno, dove operano (destinatari, modalità e destinazione d’uso).

Altri rischi

Faceapp, oltre ad accedere alla foto caricata dall’utente per vedere l’effetto dell’invecchiamento può leggere anche i file multimediali di Whatsapp ovvero le immagini di persone custodite sullo smartphone.

Nelle istruzioni, si parla di acquisizione dati di localizzazione senza poterne rifiutare il trattamento. Ciò significa che l’app, per esempio, potrebbe abbinare la foto con la zona dove è stato effettuato il caricamento consentendo una potenziale quanto allarmante profilazione.

Immagini di minori

Quando ci si iscrive al servizio o si effettua il log, l’app non chiede se si hanno più di 13 anni in aperta violazione a quanto stabilito dall’ art. 8 (almeno 16 anni) e dall’art. 2 quinquies del DLgs 101/2018 (almeno 14 anni) e della legge sul Cyberbullismo (28 maggio 2017 n. 71).

Utilizzare queste applicazioni sulle foto di un minore per il semplice gusto di vedere come sarà da grande ed a chi potrà somigliare della propria parentela è quanto meno deplorevole.

In conclusione, non ci sono garanzie che questo enorme database si presti ad un uso sconsiderato non necessariamente volontario. Immaginare una violazione a questi database per acquisire foto di uomini, donne, bambini per simulare identità al fine di sottoscrivere contratti all’insaputa dei veri titolari, creare falsi profili anagrafici sui social network per scopi illegali o per istruire un’intelligenza artificiale al riconoscimento facciale con procedure poco trasparenti conducono a scenari allarmanti e disastrosi.

Ogni qualvolta, si scarica un’app gratuita è necessario ricordare che in cambio stiamo pagando con i nostri dati, quelli di amici, familiari o conoscenti. Foto, comportamenti d’acquisto o preferenze, consentono a terzi di vendere informazioni non di proprietà o di svolgere attività non sempre tracciabili ed al limite della legalità. Dovremmo sempre rammentare che noi siamo i nostri dati.

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